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Petricor è l’odore che si sente quando piove sulla terra secca, sui sassi, le foglie vecchie, sui muri a secco

Il termine è stato coniato nel 1964 dai ricercatori australiani Bear e Thomas, creato componendo il greco pétra, pietra e ichór, essudato,

sangue degli dei.

È un odore tanto meraviglioso quanto ineffabile, che solo una costruzione poetica può rendere.
Come se ci fosse un solo odore del genere,
varia a seconda di quale terra riarsa viene bagnata dalla pioggia.

Ciascuno di noi ha in mente un momento in cui ha sentito quell’odore, il mio porta al naso e allo spirito qualcosa denso di significato, che parla della mia Liguria.

Il termine è stato coniato nel 1964 dai ricercatori australiani Bear e Thomas, creato componendo il greco pétra, pietra e ichór, essudato, sangue degli dei.

È un odore tanto meraviglioso quanto ineffabile, che solo una costruzione poetica può rendere.
Come se ci fosse un solo odore del genere, varia a seconda di quale terra riarsa viene bagnata dalla pioggia.

Ciascuno di noi ha in mente un momento in cui ha sentito quell’odore, il mio porta al naso e allo spirito qualcosa denso di significato, che parla della mia Liguria.

Da bambina, andavo spesso con mio nonno

in quello che credo fosse il suo uliveto preferito.

C’era una grande vasca d’acqua rettangolare,

ci teneva le trote, una cosa insolita.

Normalmente i pozzi in campagna sono rotondi

e disabitati. 

La scorsa estate 2020 sono casualmente tornata

a Cà Sottane, mio nonno non c’è più

e nemmeno le trote ma sono rimasti un albero

dilimoni e uno di fichi.
Mi sono chiesta perché avessero piantano quegli

alberi da frutta proprio lì, in mezzo al nulla,

tra gli ulivi, non li ricordavo.

Poi ho scoperto che i vecchi, specialmente d’estate,

portavano con loro in campagna solo pane e salame,

per dissetarsi attingevano ai pozzi e spremevano

i limoni, mentre per un po’ di zuccheri,

mangiavano fichi. 

Da bambina, andavo spesso con mio nonno in quello che credo fosse il suo uliveto preferito. C’era una grande vasca d’acqua rettangolare, ci teneva le trote, una cosa insolita. Normalmente i pozzi in campagna sono rotondi e disabitati.
La scorsa estate 2020 sono casualmente tornata a Cà Sottane, mio nonno non c’è più e nemmeno le trote ma sono rimasti un albero di limoni e uno di fichi.
Mi sono chiesta perché avessero piantano quegli alberi da frutta proprio lì, in mezzo al nulla, tra gli ulivi, non li ricordavo.
Poi ho scoperto che i vecchi, specialmente d’estate, portavano con loro in campagna solo pane e salame, per dissetarsi attingevano ai pozzi e spremevano i limoni, mentre per un po’ di zuccheri, mangiavano fichi. 

Ho ripercorso la mia infanzia, i suoi sapori, i suoi odori. Le scorribande estive, di quando tornavo a casa fradicia dopo un temporale che ti coglie di sorpresa. La scorsa estate ho ritrovato molto di quello che avevo perso. 

 

La mia è una terra povera, rocciosa e difficile da lavorare. È una terra che ha bisogno di molto sudore, tutto è fatto a mano perché la sua conformazione non ci consente di meccanizzare le operazioni agricole. Oggi però è più facile, possiamo portare con noi la bottiglia dell’acqua e i limoni li andiamo a raccogliere quando ci ricordiamo, mentre i fichi marciscono.

 

Questa è un’altra forma di abbandono: dimenticare volontariamente una storia recente.
E io voglio coltivare questa terra fatta di sassi, pietre e scaglie;
voglio prendere quello che mi può dare,
non dimenticare, non sprecare.
Voglio valorizzarla.

Ho ripercorso la mia infanzia, i suoi sapori, i suoi odori. Le scorribande estive, di quando tornavo a casa fradicia dopo un temporale che ti coglie di sorpresa. La scorsa estate ho ritrovato molto di quello che avevo perso. 

 

La mia è una terra povera, rocciosa e difficile da lavorare. È una terra che ha bisogno di molto sudore, tutto è fatto a mano perché la sua conformazione non ci consente di meccanizzare le operazioni agricole. Oggi però è più facile, possiamo portare con noi la bottiglia dell’acqua e i limoni li andiamo a raccogliere quando ci ricordiamo, mentre i fichi marciscono.

 

Questa è un’altra forma di abbandono: dimenticare volontariamente una storia recente.
E io voglio coltivare questa terra fatta di sassi, pietre e scaglie;
voglio prendere quello che mi può dare,
non dimenticare, non sprecare.
Voglio valorizzarla.

In Petricor coltiviamo sassi
perché è quello che ci hanno insegnato tanto tempo fa
e che non abbiamo dimenticato:
preservare quello che non puoi consumare
nell’immediato, non buttare via niente, trasformare.
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